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Di notte

aprile 9, 2013

DI NOTTE

E’  l’ora crepuscolare quando i lampioni disperdono in alto la loro luce e in basso tutto si fa rarefatto: pochi cani al guinzaglio, poche coppiette, auto veloci per il rientro , per una nuova meta, per un’attesa soddisfatta, per un’attesa delusa. Salgo sull’auto stancamente, quasi come dopo una nottata di lavoro; mi aspettano il solito giro per la città notturna, le soste stabilite, le clienti fedeli e quelle  sconosciute che hanno sempre il trucco più accentuato, la gonna ancora più corta, lo sguardo provocante, la sigaretta accesa. Mi farebbero sorridere se non fosse che ormai conosco il solito tragitto:dalla strada di periferia allo squallido motel lungo l’imbocco dell’autostrada. C’erano anche eccezioni: escort eleganti, compassati signori in grigio o in blu che avevano lasciato detto di un consiglio d’amministrazione, di un pocherino con gli amici, di una riunione politica,….

 

Sono puttane da strada le clienti consuete di un taxi driver; magari avrei potuto continuare a fare l’impiegato del catasto, orario diurno, comodo, tempo libero e stipendio che non bastava.

Non sarebbe bastato dopo la separazione con l’assegno di mantenimento per Erica e l’affitto del monolocale. Un matrimonio fallito diventa quasi sempre una vita fallita. Con questo taciturno, quieto lavoro, riesco a sbarcare il giorno perché la vita non la sbarco più. Rientro ,  colazione e poi a letto; tapparelle sempre abbassate, ogni luce fuori. Una cena frugale la sera “Da Alda”, trattoria di cibo genuino a basso prezzo. Nella trattoria i rumori sono come soffocati, nessuno ama cenare solo così si affonda il viso sopra il cibo, quasi dentro il bicchiere e si fissa attoniti il televisore, sempre acceso, a basso volume. Nessuno ama cenare solo con i propri gesti e ruminare pensieri inerti.

Un caffè amaro e poi una scorsa veloce ai giornali, un salto al supermercato per la spesa, uno sguardo ai negozi. Mi piacciono i negozi eleganti con la vetrinista che sapientemente ha agghindato  i pupazzi di polistirolo. Si è fatta intanto notte fonda,  metafora della vita che conduco.  Nessuna stella che brilli per una fantasticheria, piove una luce bianchiccia sul silenzio rotto da voci di avvinazzati, laggiù nel vicolo una rissa, vedo il lampo della lama di un coltello, sento stridere dei freni,…

 

Inizia la notte del lavoro, dello squallido mercimonio fra quelle poverette, nere e bionde, che hanno solo da farsi portare via la dignità. Ormai sulla strada raccolgo solo nere e ragazze dell’est, a volte vedo dei lividi sulle braccia, sul collo,.. le picchiano queste nuove schiave, e io non faccio niente , anzi sono il mio pane e il mio companatico, sono i libri di Erica , le sue belle gonnelline, la lucentezza dei suoi capelli… Ci manca solo che stasera mi mettessi a fare il moralista, proprio io , che ho bruciato giorni e anni avidamente, quasi che la vita fosse una corsa a premi . Ora sono al capolinea e non ho niente, niente, solo un gran vuoto e forse una piegolina di pietà leggera come un fil di fumo. Ma chissà a chi era rivolta quella piaghetta , se alle povere sfruttate o alla sua scempia vita.

 

La notte si inoltrava ispessendo le ombre, squagliando trucchi, appesantendo pensieri, sparigliando giochi. Erano anni che non giocava più. Da quando Roberta l’aveva cacciato di casa lasciando una sacca di indumenti sul pianerottolo e mettendogli fra le mani un foglio con l’intestazione di un avvocato che gli intimava di presentarsi il tal giorno, alla tale ora, nel suo studio.

Sì , aveva smesso di giocare. Niente pocherino, niente flirt, niente calcetto, niente happy hour, nessuna risposta agli squilli del cellulare. Dire che non se lo aspettava era squalificarlo, ma non credeva che Roberta veramente, dopo tanto minacciar, avrebbe tuonato. Si trovò a barcamenarsi fra udienze e giudici; cedette subito, voleva solo continuare a vedere la bambina. Erica allora aveva nove anni, era già bellissima.

 

Fece scendere la signorina ormai arrivata e le indicò il tassametro per il pagamento.

Tre corse fatte, giornata quasi raggranellata. La notte i taxi si pagano più cari. Aveva pensieri senza fissa dimora, venivano e se ne andavano prima di essere analizzati, di assumere forma e sostanza, pensieri fiochi, assai vicini all’ombra. Ma chi vive di notte mica potrà avere pensieri radiosi, caldi o anche soltanto tiepidi.

 

Aveva scelto la solitudine, volontariamente e forzosamente. I vecchi amici avevano orari “regolari” e regolati; lui non doveva dar conto a nessuno, solo ad Erica, il fine settimana che decideva di passare con lui. Decideva…. Erica aveva ormai quindici anni e in cima ai suoi interessi c’erano gli amici, i social network, la musica, la scuola, una marca di scarpe, un modello di giubbotto, lo shopping…. , pronunciava quella parola allungando tutte le lettere, come fosse una corsa.

La stava perdendo man mano che cresceva. Sapeva che la ragazza gli voleva bene, ma ormai la sua vita apparteneva ad altri, ad altro  ed era già fortunato che era cresciuta senza troppi capricci, senza oscurità nel cuore. Merito di Roberta? Chissà, forse un po’ anche merito suo : non si erano permessi di fare della figlia il loro campo di battaglia.

Quando declinava un incontro , diceva:” Mi spiace, papà”.

Quanto tempo ci sarebbe voluto perché dimenticasse di dire.”Mi spiace, papà.” ?

 

Aveva letto in certi suoi lunghi  silenzi un languore nuovo, forse si stava innamorando, oh non avesse a soffrire, non avesse, ma lui era già vinto, non poteva combattere nessuna battaglia, neppure ripararla dalle immancabili staffilate che la vita riserva, spesso immeritate e inaspettate.. E poi i figli, come diceva il poeta?, sono frecce scoccate dall’arco, se cerchi di fermarle ti ferisci e rischi di romperle. La ricordava , seduta sul divano, con il computer sulle ginocchia, mentre con una mano si rigirava un ciuffetto dei lunghi capelli e gli occhi scorrevano sullo schermo. Sguardo scuro, intenso, labbra tumide, priva di trucco, una ragazzina dai lineamenti armoniosi,  spalancata sulla vita.

 

Senti aprirsi lo sportello posteriore, sentì quasi un ansito mentre si accomodava seduta :

“Portami a 54 di Via Valcareggi. Svelto.”

Altro giro, altro regalo, gli saltò in testa. Ma lui non aveva regali da fare e alla poveraccia, lì dietro, pareva che i suoi regali finissero in  male mani. Aveva capelli biondi , pesanti, lunghi, rossetto fuori labbra, il corpo seminudo e novembre già faceva battere i denti. Accese il riscaldamento, le porse uno specchietto.

La ragazza lo guardò sospettosa. Lui avviò l’auto con dolcezza, il traffico era inesistente .

Fu uno spostamento di silenzi interdetti: la ragazza sembrava desiderasse parlare, lui aveva l’espressione chiusa. Prima di scendere gli restituì lo specchietto. Grazie.

 

Fece manovra e lentamente tornò nella sua postazione di sosta.

La gran parte della notte ormai era passata e dal tracollo della sua vita neppure quella notte aveva salvato niente. Si stirò, raddrizzò le spalle, gesti meccanici, dopo ore seduto al volante, quindi si abbassò e appoggiò la testa  che pulsava furiosamente. Non voleva ingurgitare ora il tranquillante, non avrebbe dormito durante il giorno. Chiuse gli occhi e si impose di lasciar scorrere i pensieri come l’acqua nel rigagnolo dopo la pioggia. Laggiù, nella fogna.

Senti bussare al vetro:

“ Signor taxista, signore…?”

Aprì gli occhi : Erica era di fronte a lui, lo chiamava signore, era bellissima, con il trucco un po’ pesante, è vero, e il viso stanco, ma sorrideva . Era venuta da lui.

Come da lui? Erica doveva essere a letto a dormire e a sognare. Che ci faceva in quella via di mal frequentata , pericolosa per una donna che avesse avuto ben più anni ed esperienze di lei…

Aprì di slancio lo sportello.” Erica. Che ci fai qui?”.

La ragazzina lo guardò stralunata e indietreggiò. “Non sono Erica. Mi deve avere confuso. Io voglio andare solo al –  gettò uno sguardo veloce su un pezzetto di carta, “ Motel Plaza in via Broggi. Mi può portare? E’ troppo tardi?” Aveva un accento slavo ora che la ascoltava lucidamente.

Chissà come aveva fatto a scambiarla per sua figlia: sì l’età, i capelli, la corporatura, i modi gentili…

Era ridotto veramente male. Scambiare una puttanella per sua figlia.

 

Si girò a guardarla: non era sua abitudine osservare le clienti.. La ragazzina sedeva composta, con un’aria da cagnolino spaurito; doveva essere nuova e fare quel mestiere da poco tempo. Le si leggeva ancora nelle guance pienotte il latte bevuto fino a quella mattina.

“Chi ti riporta dove dormi?”, chiese.

“ Non so. Io… troverò qualcuno…”

“Hai almeno un posto dove tornare?” le chiese bruscamente.

“ Sto in una stanza , con Ivana. E’ un po’ lontano, però sto lì provvisorio. Cerco un lavoro.”

Proprio ingenua, una bambina.

Intanto il taxi aveva accostato al Motel.

“Vuoi che ti aspetti?” le chiese.

Lei lo guardò con incerto sospetto.

“Io non ho molti soldi e non so a che ora ho finito”

“ Non c’entrano i soldi. Se vuoi ti aspetto e posso anche ospitarti  finché non trovi un altro lavoro. Non pensare che ti voglia sfruttare, da te  non voglio niente. Capito! Niente”.

In che accidenti di situazione andava a cacciarsi. Come faceva a tirarsi indietro   ora. La ragazzina lo salutò con uno sguardo luminoso. Gli disse: “ Allora ciao” e alzò la mano nel saluto.

Beh, di casini ne aveva fatti tanti, l’avrebbe aggiunto un grano al rosario. Ma non doveva fare errori. La ragazzina si fidava di lui…poteva andarsene e nulla sarebbe mutato e non ci sarebbero stati problemi.

 

Ormai sopra le nubi traluceva un chiarore vago, né alba, né aurora.

Fra poco sarebbe esploso il giorno .

 

Narda Fattori

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